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Giornalista freelance, 25 anni, per passione e interesse rivesto spesso il ruolo di articolista. Mi sono occupato degli ambiti più diversi, accomunati comunque da una costante, innata inclinazione alla curiostià.

Sarà Quintarelli il nuovo presidente dell’Agcom?

17 maggio 2012

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Sarà Quintarelli il nuovo presidente dellAgcom?Chi sarà il nuovo presidente dell’Agcom (l’Autorità garante per le telecomunicazioni)? Tra i candidati c’è una novità che viene dal basso, espressione della cultura orizzontale della rete,  Stefano Quintarelli, chief digital officer del gruppo Sole 24 Ore. Un tecnico esperto e apprezzato nel settore, la cui campagna di candidatura è stata portata avanti attraverso il web e i social network. Ma nonostante i consensi è, al momento, solo una speranza di rinnovamento.

È stata condotta un’apposita raccolta firme dove il popolo della rete ha raggiunto circa 10 mila sottoscrizioni. Il significato di questo intervento si colloca nel quadro di maggiore trasparenza richiesta dall’Onu sulla prossima nomina dei membri dell’authority. L’indubbio valore tecnico di Quintarelli acquisterebbe particolare pertinenza all’interno dell’esecutivo guidato da Monti.

Il governo dovrà a breve rinnovare i vertici dell’Agcom, e da più parti si leva la richiesta di nomine meno partitiche, orientate a valorizzare le competenze del settore. Un altro tassello in favore di Quintarelli. Negli ultimi anni, infatti, l’Agcom si è trovata al centro di polemiche legate alla sua posizione su materie relative alle nuove tecnologie.

Le sfide che dovrà affrontare il nuovo presidente, a prescindere da chi sarà nominato, saranno molto complesse e vanno dalla transizione delle telecomunicazioni sul digitale alla difesa del copyright nel panorama digitale, oltre alla questione del digital divide nazionale, le cui conseguenze si misurano sotto il profilo culturale.

Il dibattito, in programma alle camere lunedì 21 maggio, difficilmente porterà presto a una scelta definitiva, visto anche che la norma sul restringimento dei commissari, da otto a quattro, di nomina politica è parte del decreto sulle banche. Riuscirà Quintarelli nella sua impresa?

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Carta da parati anti-Wifi: nuova soluzione per la sicurezza

16 maggio 2012

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Carta da parati anti Wifi: nuova soluzione per la sicurezzaIl miglioramento della sicurezza delle reti WiFi passa attraverso un rotolo di carta da parati anti-WiFi. I ricercatori francesi dell’Institut Polytechnique de Grenoble, in collaborazione con il Centre Technique du Papier, hanno sviluppato una carta da parati in grado di bloccare il segnale delle reti senza fili, evitando il diffondersi oltre i confini dell’ufficio o dell’appartamento.

A differenza di altre tecnologie, che si occupano del blocco del segnale, basate sul principio della Gabbia di Faraday, la carta da parati interrompe solo un insieme di determinate frequenze usate da wireless LANs. Restano escluse le onde emesse da telefoni cellulari e altre onde radio. Secondo quanto riportato da L’Informatcien, i ricercatori annunciano un prezzo della speciale carta da parati, che sarà brevettata da un produttore finlandese, equivalente a una carta tradizionale di media qualità. Il prodotto dovrebbe entrare in commercio nell’arco del 2013.

Il direttore degli studi al Grenoble INP’s ESISAR (School of Advanced Systems and Networks), Pierre Lemaitre-Auger, durante una dimostrazione della carta da parati, ha affermato che oltre a evitare l’intercettazione illecita della WiFi, può essere usata in certe aree dove è preferibile evitare l’interferenza tra reti Wireless o per bloccare WiFi esterne (come negli ospedali, hotel o teatri).

Lemaitre-Auger sostiene che la carta può essere commercializzata pensando anche a un target formato da persone sensibili alle onde elettromagnetiche prodotte dai router, così come persone che vogliono proteggere se stesse e avere un basso livello di onde radio all’interno del loro appartamento. Cosa ne pensate? Sarà la risposta definita al problema dell’intercettazione illecita di connessioni senza fili o solo una nuova trovata commerciale?

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Oracle vs Google: violato il copyright, ma solo per 9 righe

13 maggio 2012

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Oracle vs Google: violato il copyright, ma solo per 9 righeGoogle ha violato i diritti d’autore di Oracle, o meglio del componente Java nominato RangeCheck. Ma la vicenda potrebbe chiudersi con un nulla di fatto. La giuria ha infatti accertato che l’infrazione della legge da parte di Mountain View è avvenuta in modo non intenzionale. Causa del malinteso la scarsa trasparenza della stessa Oracle che non avrebbe esplicitato l’obbligo inderogabile del pagamento delle licenze Java.

Nodo del contendere 9 righe di codice che Google avrebbe apparentemente copiato. Violazione del copyright il cui peso va letto alla luce delle 15 milioni di righe che formano nel loro complesso il programma. Ragione che ha spinto il giudice Alsurp a respingere la richiesta di Oracle riguardo ai rimborsi calcolati in percentuale sui profitti provenienti dalla violazione.

Nella prima fase del dibattimento Oracle aveva richiesto un risarcimento di 7,4 miliari, poi ridotti a 2,6 miliardi. Ma secondo le stime del Wall Street Journal, soppesando gli ultimi risvolti giuridici, l’indennizzo massimo sarebbe di 100.000 dollari. Briciole per un processo durato due anni. E intanto Google ne chiede l’annullamento. Una sentenza parziale potrebbe essere interpretata come un errore giudiziario.

La giuria non ha riconosciuto, in modo unanime, il “fair use” da parte di Google. Resta ancora in sospeso, inoltre, la decisione sulla protezione (o meno) delle API Java di Oracle. Nel Vecchio Continente la questione è stata risolta dall’Alta Corte Europea che ha negato il riconoscimento. Sui possibili sviluppi della vicenda le posizioni si radicalizzano. E i portavoce delle due aziende insistono sui sui soli particolari utili alla tutela dei loro clienti.

Il fronte più gravido di potenziali conseguenze sullo sviluppo software sembra quello delle API. Cosa accadrebbe se il giudice Alsup istituisse un precedente sul diritto d’autore per il componente Java?

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Bitcoin: moneta invisibile usata nelle transazioni illegali della rete

3 maggio 2012

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Bitcoin: moneta invisibile usata nelle transazioni illegali della reteCompletamente anonima, legata al versante oscuro della rete, il deep web. Bitcoin è la moneta digitale che regola gran parte delle transazioni digitali più impensate. A differenza di quanto accade nella realtà analogica, non c’è una banca centrale a regolarne il flusso. Forse proprio per questo, per  autonomia e volatilità, è divenuta la merce di scambio nel commercio illegale.

Mentre se analizzata da un punto di vista puramente teorico rappresenta l’esperimento della moneta ideale, priva di inflazione e con massima libertà di pagamento, dall’altra abusando dell’assenza di controllo è mezzo per i fini più turpi. Si tratta, in realtà, di un progetto recente, inaugurato nel 2009 da Satoshi Nakamoto. Idea in grado di farsi apprezzare da un pubblico alla ricerca di anonimato grazie alla sua natura crittografica.

Non potendo essere tracciata da un soggetto governativo, Bitcoin sfrutta le logiche delle reti “peer-to-peer”. Ma come entrare in questo scambio? Semplice, è sufficiente scaricare un programma dedicato per gestire ogni transizione. Requisito indispensabile, la creazione di un portafoglio digitale. Di cosa si tratta? Uno spazio virtuale dove archiviare i dati relativi alla vostra disponibilità monetaria. Risultato raggiunto attraverso un’applicazione client installata sulla propria macchina, oppure mediante un sito dedicato.

Il problema di relegare l’intera propria ricchezza sull’hard disk del PC si presenta in caso di improvvisi quanto irreparabili guasti. Va tutto perduto. Ma c’è l’opportunità di salvare i Bitcoin su un piattaforme online, e la questione è risolta. Vero punto di forza di Bitcoin la sua struttura reticolare e decentralizzata. Ogni nodo può trasferire, quindi ricevere, monete. Quanto alle transazioni, si tratta di processi irreversibili nonché immediati. Limite massimo alla circolazione è sancito in 21 milioni di Bitcoin.

L’ottenimento di Bitcoin passa dalla conversione di euro in valuta digitale (nel rapporto di un Bitcoin ogni 3,8 euro) oppure dal conseguimento di bonus in Bitcoin offerti da siti (ad esempio sperimentando applicazioni o acquistando determinati prodotti). Tra i vantaggi assicurati da un sistema di scambio orizzontale l’assenza di qualsiasi processo inflazionistico. Che di solito è prodotto dalle decisioni dell’autorità centrale.

Realtà sperimentale di indubbio valore, ma è giusto che alimenti l’acquisto di merci illegali quali armi e droga? E soprattutto, siamo ancora in tempo per porre un freno al fenomeno del deep web? Difficile credere all’introduzione di un freno allo scambio di Bitcoin, ciò sarebbe anche illegittimo, tuttavia nell’uso, forse, un limite potrebbe funzionare. Cosa ne pensi?

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Megaupload: è il tutti contro tutti

27 aprile 2012

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Megaupload: è il tutti contro tuttiMegaupload non era solo un sito, ma l’emblema di una rete consacrata alla libertà, simbolo di una volontà interpretata da Kim Dotcom ma di cui il founder restava mera emanazione. Da qui la domanda, di chi è la responsabilità del mega-impero del file hosting? Infuriano le polemiche.

Dopo l’attacco del governo statunitense al portale la difesa legale dei vertici di Megaupload sta tentando di evitare l’estradizione. Ma Washington punta il dito anche contro l’avvocato, partner della law firm Quinn Emanuel Urguhart & Sullivan, Andrew Schapiro. Che, essendo coinvolto nel caso  Viacom vs YouTube, si troverebbe, secondo il governo statunitense, in un presunto conflitto di interessi. Sì, perché YouTube figura tra le vittime individuate dal governo federale a seguito della chiusura del servizio di file-sharing. Il gruppo che fa capo a Google dovrà quindi testimoniare contro la presunta cricca di Dotcom.

Ma che fine faranno tutti quei file prodotti dagli utenti e caricati sul cyberlocker? Contenuti legittimi la cui unica colpa è quella di essersi trovati sul server sbagliato nel momento sbagliato. Per questo gli attivisti di Electronic Frontier Foundation (EFF) stanno dando battaglia nel caso  Goodwin vs USA.

È possibile rientrare in possesso dei propri materiali legalmente caricati sulla piattaforma? Incombe la minaccia della distruzione totale dei contenuti, quasi 30 petabyte di file. Come prima reazione la difesa segna una netta opposizione alla scelta, visto che parte del materiale potrebbe risultare utile ai fini processuali. Si oppone alla conservazione l’industria cinematografica che lamenta la violazione delle leggi sul copyright.

Sul banco degli imputati potrebbe figurare persino la società di hosting Carpathia, che gestisce i server su cui sono stati archiviati i file. L’accusa è di responsabilità nella violazione del copyright commessa dai fruitori del sito di Dotcom. Collaborazione da cui deriverebbero profitti per 35 milioni di dollari.

Come finirà la vicenda? Il tutti contro tutti cambierà il probabile esito del macero virtuale? Ma sopratutto questa gogna mediatica a cui è sottoposto l’impero di Dotcom serve davvero a far trionfare la legalità o piuttosto mira a lanciare un monito agli utilizzatori della rete? Colpiscine uno per educarne cento.

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